Una scommessa. Il cui esito dovrebbe mettere tutti in apprensione. La conciliazione è infatti l'ultima arma messa a disposizione per tentare di scalfire il fardello dell'arretrato della giustizia civile.
A quota 5,6 milioni, le cause da smaltire sono lì a ricordarci una realtà inaccettabile, e cioè che un paese all'avanguardia e un'economia sana non possono avere una giustizia civile in queste condizioni. In cui i cittadini, e le imprese, non hanno la certezza di entrare (o rientrare) in tempi ragionevoli in possesso di un bene o di una somma di denaro o di vedersi riconosciuto un diritto, come invece la legge garantisce. La ricetta è semplice: impedire a un certo numero di controversie di approdare in tribunale o dal giudice di pace affinché questi ultimi possano dedicarsi con maggiore lena alla riduzione delle pendenze. Messe così le cose, sembra che quest'arma sia a disposizione di chi gestisce la giustizia, in primo luogo dei giudici. A ben vedere la realtà è un po' diversa, perché i veri protagonisti di questo strumento siamo noi, i cittadini, presi singolarmente o nelle varie aggregazioni, famiglie e società innanzitutto. Tocca a noi, attraverso l'uso che faremo di questo strumento, decretarne il successo o il fallimento. Naturalmente, tutto è migliorabile. Ogni nuovo rimedio deve trovare il tempo di attecchire o di esercitare appieno il suo potenziale. Nel caso della conciliazione, il test sulla piena efficacia è stata rimandato di un anno. E sul debutto pende anche la decisione del Tar Lazio sul ricorso presentato da una parte dell'avvocatura (Oua) contro l'intero meccanismo. Ombre a parte, fra pochi giorni avremo modo di avere un primo assaggio delle possibilità offerte dall'aver reso obbligatorio, per alcune materie, il tentativo di conciliazione. Infatti, dal prossimo 20 marzo (in realtà dal 21, perché il 20 è domenica) si entra nella fase 2: si abbandona in parte la strada della facoltatività, della mera eventualità, per entrare nel circuito dell'obbligatorietà. Per le controversie in materia di locazione, di successioni, per il risarcimento dei danni provocati da un medico o ancora ad esempio per un contratto bancario male applicato, l'appuntamento con uno degli organismi di conciliazione accreditati dal ministero della Giustizia diventerà una tappa fissa. In tutti questi casi, il giudice, prima di aprire le porte dell'ufficio giudiziario alle parti in lite, è tenuto ad appurare che si sia provata la composizione amichevole. In caso negativo, rispedirà le parti in conciliazione. È quella che in gergo si chiama «condizione di procedibilità»: per accedere al giudizio bisogna almeno aver provato con il mediatore. Il vantaggio diretto, oltre agli effetti indiretti sul funzionamento della macchina-giustizia, è innanzitutto nel taglio dei tempi. La procedura prevede infatti che la mediazione abbia una durata di quattro mesi. Ad attivarla deve essere la parte che intende "azionare" il giudizio: non se ne può scappare se la materia della controversia è tra quelle per cui la mediazione è obbligatoria; è invece un'opportunità in tutti gli altri casi, dove cioè la mediazione è "solo" facoltativa. C'è tuttavia un'altra opzione: potrebbe essere infatti il giudice, dopo il vaglio della questione da dirimere, a suggerire di utilizzare lo strumento della mediazione. Un altro vantaggio è quello dei costi, che comunque ci sono: le tariffe del ministero e quelle degli organismi di conciliazione privati sono un punto di riferimento certo che consentono di limitare le sorprese al momento del saldo. Ai costi è legato anche il tema dell'assistenza legale, che le norme non prevedono come obbligatoria, motivo per il quale gli avvocati sono in allarme. Decisione del Tar Lazio a parte, l'ultima parola sulla riforma arriverà con la fase 3, cioè il 20 marzo 2012, quando la conciliazione diventerà obbligatoria anche per le liti condominiali o per i danni provocati dagli incidenti stradali.
Fonte: IlSole24Ore di Andrea Maria Candidi |