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Il governo studia la riforma del processo tributario – Conciliazione per le imposte

Un "cantiere" per la riforma del contenzioso tributario. Il progetto del ministero dell'Economia è in una fase più che avanzata e si muove su due binari: nell'immediato, il miglioramento dell'attuale "macchina" che gestisce il processo fiscale; a seguire, una vera e propria rivoluzione dell'intero sistema. Il ministero, infatti, sta studiando una modifica radicale all'attuale modello. L'ipotesi più accreditata è quella dell'introduzione di una forte fase precontenziosa, grazie all'istituzione di apposite camere di conciliazione indipendenti, dove contribuenti e amministrazione cercheranno di raggiungere in contraddittorio un accordo sulla controversia.
Da qui si procederà al secondo passo della rivoluzione del contenzioso: la fase giudiziaria vera e propria prevederebbe infatti un solo grado, con l'eliminazione quindi dell'attuale passaggio in commissione provinciale (di fatto sostituito dalla fase conciliativa). Per l'eventuale appello, contribuenti e amministrazione potrebbero poi rivolgersi ai giudici della Cassazione.
La conciliazione passerebbe per un ulteriore potenziamento anche dei meccanismi amministrativi che oggi operano in chiave deflattiva del contenzioso (adesione, acquiescenza, autotutela), con la previsione comunque di individuare una struttura amministrativa con funzioni conciliative. I modelli adottati negli altri Stati europei (si veda l'articolo a lato) sembrano indicare proprio questa strada sia in termini di risparmi nella gestione del processo tributario, sia nei tempi di definizione delle liti. Quasi una rivoluzione copernicana che per essere realizzata richiede un approfondimento su quattro aspetti: la forma della struttura deputata, i poteri, l'impatto organizzativo (con i riflessi sull'attuale assetto) e l'individuazione delle risorse necessarie.
Quest'ultimo, vista la situazione dei conti pubblici, appare il fronte più delicato. E che spiega perché – in questa prima fase – si persegue comunque l'obiettivo di privilegiare e accelerare il cammino verso l'adeguamento del sistema attuale. Non a caso, l'Economia ha avviato tavoli tecnici con le rappresentanze sindacali e istituzionali dei giudici tributari, dove si è iniziato a discutere di ritocco dei compensi e incompatibilità dei magistrati.
Il progetto di riforma complessivo sembra però spaventare, e non poco, i giudici tributari. Come spiega Ennio Attilio Sepe, presidente dell'associazione magistrati tributari (Amt), in una lettera inviata la scorsa settimana ai colleghi delle altre associazioni e ai vertici dell'avvocatura, «la sostituzione di un grado di giudizio con una fase precontenziosa, di natura amministrativa» rappresenterebbe un «netto abbassamento della tutela giurisdizionale del contribuente». In caso di conciliazione e di una fase amministrativa, sostengono i giudici tributari, il rischio di possibili condizionamenti da parte della controparte o del ministero sarebbero più elevati. Senza difesa tecnica e con il taglio di fatto di un grado di giudizio, si limiterebbe la difesa del contribuente. Come sottolinea ancora Sepe nel chiamare a raccolta tutte le strutture rappresentative degli attuali giudici tributari, «se è vero che il doppio grado di giurisdizione non ha copertura costituzionale, è pur vero che nel nostro sistema processuale non esiste processo con un unico grado di merito».
A preoccupare la categoria, inoltre, è l'ipotesi allo studio di una futura magistratura fiscale soltanto togata. Nella fase attuale della riforma del contenzioso l'amministrazione sta già cercando di ribilanciare il rapporto oggi esistente tra giudici laici, di gran lunga superiori (il 76% del totale), e quelli togati. Nel futuro, invece, il fisco vorrebbe contare solo su questi ultimi. Non è comunque esclusa l'ipotesi già avanzata di utilizzare i cosiddetti "laici" per la fase precontenziosa e affidare ai togati le questioni di merito. Il confronto è aperto.
Dall'altra parte, la necessità di rivedere sia la macchina sia la procedura del contenzioso, almeno secondo l'amministrazione finanziaria, è testimoniata dagli attuali numeri del processo tributario e dai casi di corruzione che hanno visto coinvolti giudici tributari (su cui comunque il Consiglio di presidenza è corso ai ripari con specifici provvedimenti e con ispezioni ad hoc). Le cause arrivate in primo grado nel 2009 sono aumentate del 9% rispetto a un anno prima e le pendenze tra Ctp e Ctr sono circa 700mila (683.684 secondo i dati Mef). Ci sono poi differenze nei carichi e nelle durate tra le varie zone d'Italia, che portano il tempo medio d'attesa per chiudere un processo tributario (incluso il passaggio in terzo grado) a otto anni e un mese.
Anche su questo punto il confronto è aperto. Per Sepe il nodo sta anche negli organici (giudici e personale amministrativo) progressivamente ridotti a fronte di una domanda di giustizia crescente.

Fonte: IlSole24Ore
di Marco Mobili e Giovanni Parente